What’s About Design

DENTRO LA RIVOLUZIONE:DESIGN-DRIVEN E NUOVI SCENARI DELLA MANIFATTURA

> lezione aperta di Andrea Cattabriga
> introduce Valentina Follo

Bologna Accademia Belle Arti – 1 aprile 2015 ore 17:00

Cosa sta succedendo all’economia globale e perché la marginalizzazione dei costi di produzione ci offre una lezione importante. Le nuove sfide tecnologiche sono già qui e stanno cambiando tutto. Come sfruttarle per non rimanere fuori dai nuovi sistemi della produzione e della distribuzione. Perché l’approccio del design sta diventando il nuovo mantra. Come si fa ad innovare, qual è il ruolo del designer in tutto questo? Nuove opportunità, piattaforme e la filiera analogico-digitale.
Perché dobbiamo ripensare l’approccio alla manifattura? Continua a leggere What’s About Design

OpenLab – Rifare la Manifattura

Perchè dobbiamo ripensare l’approccio alla manifattura? Quali sono i segnali e le forze che ci obbligano ad un cambio di paradigma?

Designer, makers, artigiani: figure in sovrapposizione, competenze interscambiabili, necessità di ibridare con un pensiero che coinvolge visione, economia, design strategico e un utilizzo delle tecnologie di comunicazione, distribuzione e relazione costruendo filiere personalizzate, proprio come i bisogni delle persone.

Grazi all’invito delle instancabili ragazze di BioDesArt (vincitrice di Principi Attivi 2012), giovane associazione pugliese che promuove processi virtuosi tra arte, design e manifattura, ho avuto l’occasione di parlare di questi temi e per una mattinata intera ad una platea in aula (chissà in streaming?), di designer, nuovi artigiani e docenti al Dipartimento di Ingegneria Dell’Innovazione a Lecce.

L’appuntamento è stato promosso nell’ambito della bella iniziativa “Laboratori Dal Basso”, attraverso la quale la Regione Puglia supporta la realizzazione di talk e lezioni promossi dai cittadini, portando sul territorio relatori ed esperti da tutto il mondo (bravi!).

Qui le (solo) 248 slide dell’evento (record?):

We4Italy: una nuova visione sulla manifattura

E’ uscita questa mia intervista di Michele D’Alena sulle pagine di We4Italy, l’iniziativa editoriale di Unioncamere sull’innovazione e volta a costruire un ecosistema di persone e imprenditori “fertile per il Paese”.

Il titolo è eccessivamente lusinghiero, “nuova visione sulla manifattura” è però un gran titolo… Di nuovo non c’è molto visto che siamo in tanti a condividere questa visione, ma dovremmo essere molti di più per sostenere con più forza messaggi come la necessità di “aprirsi” alla collaborazione e rinunciare a vecchi must del passato (tipo il mantra del “nanismo delle imprese” e tanti altri hashtag che tanto piacciono alla politica).

Il mondo è fatto di reti, il valore immateriale e di servizio diventa strategico anche nella manifattura, gli strumenti tecnologici sono alla portata di (quasi) tutti: se non cambiamo il significato di quello che facciamo non possiamo sopravvivere.

 

 

Loop geografico

Io comincio a credere che servirebbe fare distinzioni chiare, anche perchè nonostante i pattern siano spesso identici, certe differenze cambiano totalmente la sostanza delle cose. Quando c’è chiarezza è più facile difendersi da chi lavora sull’ambiguità. Poi è vero che nelle zone grigie è difficile tracciare dei confini, ma avere una geografia più chiara partendo da ciò che è e da ciò che non è (quando è chiaro), magari aiuterebbe.

Collaborativa, condivisa, pleonastica, decentralizzata, economica. La pizza no?

 

Il Diamante Bianco: il documentario maker

Non mi è capitato spesso di vedere un documentario cosí emozionante e profondo. Una di quelle visioni che ti potrebbero migliorare una giornata passata in fila all’Agenzia delle Entrate e un tamponamento in tangenziale durante il ritorno.
Una di quelle cose che danno senso al fare quotidiano, proprio perché arriva un artista, un genio, un funambolo come Werner Herzog a regalarti una storia che riesci a fare tua e che ti mostra come quegli stessi ideali e quelle stesse pratiche che senti di condividere possano essere spinti dentro a favole meravigliose.

Ho visto The White Diamond, uscito nel 2005: racconta la storia toccante di Graham Dorrington, un ingegnere inglese con l’obiettivo di sorvolare la foresta amazzonica per riprenderla dall’alto, con un dirigibile, un piccolo velivolo silenzioso e onirico. La sfida che potrebbe riscattare un fallimento passato, un esperimento simile in cui morì un amico e collaboratore. L’approccio tecnologico è però parte di una cultura ben più profonda, quella della sfida e del misurarsi coi propri limiti.

Il piccolo e bellissimo velivolo bianco mi è sembrato una metafora della società. E’ debole ed esposto al vento, deve fare i conti, nei propri voli, di tanti aspetti e non dimenticarne mai nessuno, proprio come nel prendersi cura delle nostre comunità e di quello che è importante davvero: le persone.

Tant’è che verso la fine del racconto anche l’amico indigeno locale verrà portato a godersi la meraviglia di quegli alberi e di quel silenzio nebbioso dall’alto. Come lui, anche noi piccoli indigeni delle nostre cose, dovremmo cercare la voglia di andare a vedere le cose da più in alto. Lassù troveremmo due cose: la vertigine da complessità e la voglia di farne parte in modo migliore.

E’ una storia di riscatto e di “fare” come terapia, di poesia fatta di cose che collegano persone a mondi che facciamo fatica a comprendere, sul come imparare a non avere paura, sul imparare a vedere.

Un film da makers romantici, da naturalisti ritrovati.

 

p.s. va guardato in alta qualità per goderselo, ma potete trovarlo anche qui

p.s.s. la colonna sonora è diventata uno dei miei rifugi preferiti

 

Astronauti e pasta adesiva

 

Questa foto rappresenta al meglio il momento. La lezione? Siamo e dobbiamo essere strumenti e soprattutto riconsiderare il nostro ruolo.

Se l’astronauta Lego avesse saputo in partenza di poter diventare un porta-cavo forse lo avrebbe fatto lo stesso, forse no. Anzi, sicuramente non lo sapeva e non lo immaginava di diventare un appendi-cose, un supporto fuori scala. La cosa che non avrebbe mai potuto immaginare è che tutta la colpa è di una simpatica pasta attacca-tutto che si chiama Sugru. Senza di lei starebbe in una scatola, ora invece ha una nuova vita e una miriade di cose da inventare.

Manco a dirlo è il mio materiale del momento. Ho già riparato scarpe, occhiali e altri oggetti e sono arrivato al memento di dover comprare il Sugru per poi doverci trovare applicazioni. Per un bambino degli anni ’80 cresciuti a pongo e badile mi sembra il minimo.

Io non ho però deciso se mi sento come l’astronauta o come il Sugru.

p.s. image courtesy sugru.com

p.s.s. qui trovate come fare http://sugru.com/gallery/make-a-lego-key-cable-holder

Social media dialettismi e post coi gattini

A momenti ci siamo. Dialettismi.

Vi capita mai di usare il dialetto come forma di persuasione, magari per entrare in confidenza con chi credi possa al massimo simpatizzare per i propri simili (che tu immagini così rustici), mentre se ti ponessi per quello che sei pensi che non riusciresti ad entrare nelle sue grazie?

A me è capitato pochi giorni fa e ho percepito immediatamente la figuraccia. Non so perché, ma ho avuto la sensazione di avere tappato completamente e di avere preso le misure sbagliate alla situazione.

E dire che il dialetto lo so usare in maniera accettabile per un trentenne, sono cresciuto tra chi lo parla da sempre, mi piace e sto cercando di usarlo appena ne ho la possibilità. Sarà perché si diventa nostalgici con quello che non hai ancora perso (del tutto), ma un po’ anche perché ti metti in testa che quelle quattro frasi – quando capita di usarle – siano il baluardo di una tua personalissima battaglia su più fronti.

Se ci penso bene credo però di sapere perché ho fallito (il tizio non s’è più fatto sentire).

 

Il problema non fu nella scelta della lingua sbagliata, ma l’usarla per un fine di bassa lega. Io dovevo convincere una persona delle mie ragioni, ma invece che concentrarmi su di quelle ho preferito palleggiare con la forma.

La stessa cosa mi sembra succeda alla maggior parte delle persone che danno consigli –ovunque in rete – su come fare soldi a palate tramite social media, su come dirottare milioni di capre a cliccare sui tuoi link spazzatura. Un sacco di fatica per costruire strategie e poi tattiche sugli strumenti, piani editoriali, mesi di lavoro per pianificare l’alternanza tra poesia e gattini, la pace nel mondo e le offerte del mese.

Effettivamente, se devi lanciare l’ennesima applicazione per coupon truffaldini potresti avere bisogno di questa roba, ma se ti dicessero che sarebbe meglio dedicarti all’agricoltura intensiva dovresti ringraziarmi.

 

Io quel giorno ho fatto la figura del post coi gattini e siccome “a momenti ci siamo”, ho pensato sia stata una buona lezione.

La fabbrica diffusa del design

Post comparso inizialmente su Design Context

 

Come faccio a dire nel più breve spazio possibile di cosa parlo quando parlo?

Dalle copertine dei maggiori settimanali al mondo1 alle notizie locali, l’economia collaborativa2 riesce a fare notizia perché l’impatto di questo grande cambiamento di paradigma che va dall’organizzazione dal basso dei servizi alle delle monete complementari e che porta dalle fabbriche tayloriste a reti peer-to-peer di piccoli e isolati produttori, sta interessando praticamente tutti gli ambiti della nostra esistenza.
Il design non poteva rimanere in disparte proprio perché sistema di progetti e idee, campo di ricerca e soprattutto archivio universale dei modi attraverso i quali interagiamo col mondo. Ed è per questo che anche la filiera del prodotto, normalmente percepita come subordinata del processo progettuale, diviene ora parte del progetto stesso.
A lavorare sul nuovo modello “filiera”, la rete che unisce il valore delle piccole aziende artigiane con una rete globale di designer è la start-up italiana Slowd.Superare le difficoltà che incontrano i designer nel cercare di portare le proprie idee alle persone ed al contempo utilizzare il formato dell’azienda artigiana, agile e specializzata, sono stati i punti di partenza di un progetto che ha visto quasi due anni di incubazione per diventare una società nel marzo 2013.
Partendo da una fase di concept avanzata, i designer vengono supportati nel trovare un’azienda o un fablab che prototiperà il prodotto in cambio di una ricompensa percepita al momento della vendita di ogni pezzo, fino alla distribuzione e produzione attraverso una rete di aziende artigiane sparse ovunque sul territorio e partner online.
Design a Chilometro Zero3, così Slowd interpreta il design: produrre il più possibile vicino a chi ha effettivamente bisogno di un determinato prodotto, nel momento in cui ne fa richiesta, magari partendo da una comunità di progettisti e produttori che rilascia il proprio lavoro in open-source (possibile in una prossima fase del progetto e su cui è stato avviato uno complesso studio).
La piattaforma che verrà lanciata proprio dopo l’estate 2013 diverrà l’esatta trasposizione digitale ed automatizzata di un processo “analogico” partito nel 2011 da un primo gruppo di designer ed artigiani i cui primi prodotti presentati durante l’ultima Design Week milanese in uno spazio della zona Ventura-Lambrate.
Una delle particolarità di questo progetto di piattaforma (non solo web), risiede proprio nella sua partenza e validazione nel mondo fisico, partendo dal lavoro manuale e da una gestione partecipata della complessità.
Va così ridefinendosi il ruolo delle reti digitali non più solo come di canale di vendita, ma come motore indispensabile di un processo virtuoso, un processo che in fondo è stato alla base delle grandi aziende del design italiano, ma che una volta ripensato e messo a sistema abbatte il concetto stesso di brand (i prodotti sviluppati tramite Slowd sono proprietà di un designer e di un artigiano, non di un marchio), abbattendo i costi e democratizzando l’accesso alla manifattura, creando la prima fabbrica diffusa del design.

minneapolz

perché poi mi é scattata la molla ho giá giá provato a dirlo, ma c’è anche un motivo ambientale molto preciso.
L’aereo che sta sorvolando tutta quest’acqua sta portando me e Sebastiano a Minneapolis. Minneapolis nessuno sá perchè sia necessario ricordarla se non per Prince, ma l’importante è che dopo “Minneapolz”, come si usa dire a queste quote, si andrá a San Francisco, California.
adesso non sto qui a dire tutto quello che andiamo a fare, ma tendenzialmente si cerca di dare Continua a leggere minneapolz

cominciamo. ovvero perchè “non” dovresti leggere è solo un trucco

cominciamo.
ci ho messo un pò di tempo per arrivare a capire che dovevo iniziare a scrivere delle cose che stanno succedendo. come credo la maggior parte delle persone interessate a seguire gli aggiornamenti e le idee che circolano ed emergono nel proprio “settore” ogni giorno, in quantitá mostruosa, ho pensato a lungo su quanto il mondo avesse bisogno di questo contributo. La risposta è probabilmente “molto poco” e tanto per essere onesti non intendo svoltare sul “serve a me”: la vera verità è che credo ci sia bisogno di blog personali come “allegati” della propria vita.
se ci pensate bene, con le persone Continua a leggere cominciamo. ovvero perchè “non” dovresti leggere è solo un trucco